
Christopher Nolan, Ulisse e quella domanda che la psicoanalisi continua a porsi
Con l’arrivo nelle sale dell’Odissea di Christopher Nolan, il poema omerico torna al centro dell’immaginario contemporaneo. La scelta appare quasi inevitabile per un regista che ha fatto del tempo, della memoria e dell’identità i nuclei della propria ricerca. Eppure, più delle imprese eroiche o delle creature mitologiche, mi trattiene una scena quasi immobile, nella quale sembra non accadere nulla. È lì, forse, che il poema custodisce il suo enigma più radicale.
Il ritorno non coincide con l’arrivo
Ulisse è finalmente a Itaca. Potrebbe attraversare la soglia della sua casa e riprendere il posto perduto. Invece si traveste da mendicante, tace il proprio nome e osserva da lontano ciò che gli appartiene. Diventa straniero proprio nel luogo del riconoscimento.

A lungo ho letto questo indugio come un semplice espediente narrativo. Oggi mi sembra piuttosto che Omero suggerisca qualcosa di più essenziale: il ritorno non coincide mai con l’arrivo. Prima di abitare di nuovo la propria casa, Ulisse deve contemplare ciò che la sua assenza ha prodotto. Deve misurare la distanza tra chi era partito e chi ora ritorna. Nessun ritorno restituisce semplicemente ciò che è stato perduto; ogni ritorno costringe a riconoscere che anche il luogo atteso è diventato altro. È forse qui che l’Odissea continua a interrogare la psicoanalisi. L’analisi, infatti, comincia spesso quando qualcuno scopre che arrivare non significa ancora abitare la propria vita.
Quando la vita non ci appartiene più
Nella stanza d’analisi questa esperienza prende la forma di frasi esitanti: «La mia vita funziona, ma non mi appartiene»; «Non so più cosa desidero»; «Ho ottenuto ciò che cercavo e non so dove sono finito io».
Non perché esista un sé autentico rimasto intatto sotto le vicende della storia. La psicoanalisi diffida di questa nostalgia dell’origine. Ciò che emerge è piuttosto lo scarto tra il soggetto e il proprio desiderio: una vita che continua a funzionare mentre chi la vive smette di riconoscervisi.
È in questa distanza che la casa di Ulisse e l’invasione dei Proci cessano di appartenere soltanto al mito e acquistano, ancora oggi, una sorprendente risonanza clinica.
Il godimento senza limite
Nel saggio La metafora dei Proci. Esperienza del limite ed etica della jouissance, Mimmo Pesare legge i Proci non semplicemente come usurpatori del trono, ma come figure della hybris: una forma di godimento che pretende di sottrarsi al limite e di abolire la mancanza. I Proci banchettano, dissipano, reclamano Penelope e abitano il palazzo come se Ulisse non fosse mai esistito. La loro forza non consiste soltanto nell’aver occupato la casa, ma nell’aver trasformato l’occupazione in normalità. Non assediano Itaca: la abitano.
Forse è questo il destino di ogni assenza. Non conserva uno spazio intatto in attesa del ritorno, ma inaugura una diversa economia dell’abitare. Il vuoto non resta tale: viene occupato. Anche la vita psichica conosce questa logica. Quando il desiderio arretra, il suo posto viene facilmente preso dagli ideali, dalle aspettative, dall’imperativo contemporaneo al godimento, fino a confondersi con la voce stessa del soggetto.
È qui che la lettura di Pesare acquista un valore clinico. La notte dei Proci non designa soltanto l’assenza della legge, ma l’affermarsi di un comando paradossale: non più rinunciare, bensì godere. E il godimento, come insegna la psicoanalisi, non coincide affatto con il piacere. Comincia spesso là dove il desiderio smette di orientare la vita.
Cosa occupa il posto del desiderio?
Nella clinica questa contraddizione appare con particolare evidenza. C’è chi si sente esausto per il proprio perfezionismo e, tuttavia, non riesce a rinunciare alla necessità di dimostrare il proprio valore; chi soffre in relazioni che lo feriscono e continua a riprodurle; chi desidera una vita più libera, ma resta fedele a richieste che nessuno, ormai, gli rivolge più.
In questi casi la sofferenza non è soltanto un ostacolo. Svolge una funzione: protegge dall’angoscia, mantiene un legame, evita una domanda più radicale, offre una consistenza quando ogni altra certezza vacilla.
Per questo la psicoanalisi prende sul serio il sintomo. Non lo considera un semplice errore da eliminare, ma una soluzione che il soggetto ha trovato per abitare il proprio conflitto. Prima di poter essere trasformato, il sintomo deve essere ascoltato.
Paragonarlo ai Proci sarebbe però fuorviante. I Proci sono gli occupanti della casa; il sintomo, invece, appartiene al soggetto. Porta l’impronta della sua storia e custodisce un sapere che gli resta inizialmente inaccessibile. L’analisi non organizza una strage degli elementi disturbanti: rende possibile riconoscere il proprio coinvolgimento in ciò che si ripete e inventare un diverso rapporto con il desiderio e con il godimento.
Anche il limite assume, allora, un significato differente. Nella prospettiva lacaniana ripresa da Pesare, la castrazione simbolica non è una rinuncia imposta dall’autorità, ma il riconoscimento che nessun oggetto può saturare definitivamente la mancanza. Il limite non mortifica il desiderio: ne è la condizione. Lo sottrae all’urgenza del consumo e rende possibile l’incontro con l’altro come soggetto, non come oggetto di godimento. La hybris dei Proci consiste precisamente nel rifiuto di questo limite.
Ulisse può ristabilirlo non perché ritorni come il padre che rimette ordine, ma perché il viaggio lo ha trasformato. L’eroe dell’astuzia è costretto a misurarsi con la perdita, con la dipendenza dagli altri, con il tempo e con la morte. Il suo ritorno non restaura semplicemente un potere: testimonia un incontro con il limite che ha ridimensionato la sua stessa hybris.
Per questo la casa che ritrova non può essere la stessa, né lui può abitarla come l’uomo che era partito. Il ritorno non cancella il viaggio: gli conferisce retroattivamente un senso. Qualcosa di analogo accade in analisi. Il passato non cambia, ma cambia il posto che occupa nella storia del soggetto. E, cambiando significato, può smettere di determinarne il presente come un destino.
La nostalgia di un prima
Nello studio ascolto spesso il desiderio di «tornare come prima». Talvolta quel prima precede una separazione, una perdita o l’emergere di un sintomo; altre volte si spinge fino all’infanzia, immaginata come un Eden nel quale non esistevano ancora responsabilità, conflitti e mancanze.
La nostalgia contiene anche l’illusione che da qualche parte esista una versione di noi rimasta integra, alla quale sarebbe possibile ricongiungersi cancellando ciò che è accaduto.
La psicoanalisi non promette questo ritorno. Non perché si rassegni alla sofferenza, ma perché riconosce che ogni esperienza lascia una traccia. La cura non ripristina uno stato originario. Il lavoro analitico apre piuttosto la possibilità di fare qualcosa di nuovo con ciò che è stato ricevuto, perduto o subito, affinché la storia non debba continuare a ripetersi sempre nella medesima forma.
È qui che il ritorno di Ulisse incontra il tema dell’eredità. La sua assenza non ha lasciato soltanto Penelope in una condizione di attesa e la casa esposta al godimento dei Proci. Ma interrompe la trasmissione tra padre e figlio: Telemaco non può ricevere e, soprattutto, elaborare una trasmissione. Ulisse non torna per consegnare al figlio un regno già pronto. Torna perché possa riaprirsi una genealogia, rendere possibile che il figlio assuma una posizione propria rispetto a ciò che gli dona.
Ereditare e abitare

Ereditare non equivale a conservare fedelmente. Nessuna eredità diventa nostra finché non viene soggettivata, trasformata e, in parte, tradita. Il soggetto non è libero quando recide ogni debito, bensì quando può riconoscere quel debito senza esserne interamente determinato. È questo il senso dell’eredità simbolica: non un possesso passivamente trasmesso, ma qualcosa che l’erede deve riconquistare e rendere proprio.
Anche il lavoro analitico può diventare il luogo nel quale questa eredità viene interrogata. Non per celebrare o accusare i genitori, né per individuare nel passato una causa semplice di ogni sofferenza presente, ma per distinguere ciò che è stato ricevuto da ciò che si continua a ripetere come se non esistesse alcuna alternativa.
Quali parole dell’Altro sono diventate la misura con cui giudichiamo noi stessi? Quali desideri abbiamo assunto come nostri? Quale posto abbiamo occupato nella storia familiare e quale prezzo continuiamo a pagare per non abbandonarlo? Sono domande che non conducono al recupero di un’identità originaria, ma alla possibilità di prendere posizione rispetto alla propria provenienza.
Forse Ulisse indugia sulla soglia anche per questo. Tornare significa riconoscere che la casa non è rimasta vuota, che il tempo ha prodotto trasformazioni e che riprendere possesso non può voler dire cancellare ciò che è accaduto. Significa incontrare Penelope come una donna che ha attraversato vent’anni di attesa, Telemaco come un figlio ormai adulto e se stesso come un uomo che non coincide più con il guerriero partito per Troia. Nessuno di loro può semplicemente riprendere il racconto dal punto in cui era stato interrotto. Forse è questo il particolare che continua a interrogare la psicoanalisi. Telemaco attende il ritorno dell’eroe che ha conquistato Troia; ciò che incontra è un mendicante. È solo riconoscendo quel padre irriconoscibile che può diventare davvero erede.
Anche un’analisi, in fondo, non restituisce mai l’immagine ideale che avevamo costruito di noi stessi. Piuttosto, rende possibile riconoscere come proprio ciò che appariva estraneo. È da questo riconoscimento che può riaprirsi il desiderio. Il ritorno, allora, non è il contrario della partenza e non è neppure una regressione verso un’origine perduta. È il lavoro attraverso cui un soggetto prova a rendere nuovamente abitabile la propria esistenza, assumendo il limite, riconoscendo le forme di godimento che l’hanno occupata e riaprendo uno spazio nel quale il desiderio possa tornare a produrre una direzione.
Forse è questa la ragione per cui continuiamo a leggere l’Odissea. Non racconta semplicemente il ritorno di un uomo alla propria isola, ma il lavoro necessario per tornare ad abitare la propria vita. La domanda che la psicoanalisi raccoglie da questo poema non è se sia possibile tornare, ma che cosa, durante la nostra assenza, abbia preso il posto del nostro desiderio.
Riferimenti
- Pesare M., (2018), Al di là di Telemaco. La questione psicopedagogica dell’eredità paterna, Rivista italiana di Educazione Familiare, n. 2, pp. 11-24
- Pesare M., (2013), La metafora dei Proci. Esperienza del limite ed etica della jouissance, H-ermes. Journal of Communication H-ermes, J. Comm. 1 (2013), n. 1, 71-80 DOI 10.1285/i22840753v1n1p71 http://siba-ese.unisalento.it
- Recalcati M., (2013), Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli Editore, Milano



