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“Mi succede sempre la stessa cosa”: la sofferenza che si ripete

A volte si cambiano città, lavoro, relazioni, abitudini. Si cambia scenario, si prova a prendere distanza da ciò che ha fatto soffrire, si immagina che altrove qualcosa potrà finalmente interrompersi. Eppure, in certi momenti, si ha la sensazione che qualcosa ritorni. Non necessariamente nella stessa forma, non con gli stessi nomi o gli stessi volti, ma con un effetto stranamente familiare. Come se, pur attraversando esperienze differenti, ci si ritrovasse ancora davanti allo stesso punto di sofferenza.
C’è chi si ritrova continuamente in relazioni impossibili, segnate dall’attesa, dall’abbandono o dalla delusione. C’è chi arriva vicino a ciò che desidera e, proprio in quel momento, si blocca. C’è chi ripete esperienze dolorose anche dopo aver promesso a se stesso che questa volta sarebbe andata diversamente. A volte si arriva a dire: “So già come andrà a finire”, oppure: “Mi succede sempre la stessa cosa”. Non di rado, a questa constatazione si accompagna un senso di impotenza, perché il soggetto vede ciò che accade, talvolta ne riconosce persino il meccanismo, e tuttavia continua a ritrovarsi coinvolto nello stesso tipo di sofferenza.

È questo uno degli aspetti più difficili della ripetizione: il fatto che la volontà sembri non bastare. Nella nostra epoca si tende spesso a pensare che comprendere un problema significhi già essere in grado di risolverlo, come se la consapevolezza fosse sufficiente a produrre un cambiamento.

Ma l’esperienza clinica mostra continuamente il contrario. Esistono persone molto lucide rispetto a sé stesse, capaci di descrivere con precisione ciò che le fa stare male, e che tuttavia continuano a ritrovarsi nella stessa attesa, nella stessa paura di essere abbandonate, nello stesso bisogno di conferme, nella stessa angoscia che compare proprio quando qualcosa potrebbe finalmente cambiare.

Freud ha dato un nome a questo fenomeno: coazione a ripetere. Nella clinica psicoanalitica, la ripetizione non coincide semplicemente con l’abitudine a commettere gli stessi errori. Riguarda piuttosto il ritorno insistente di una posizione soggettiva, di una modalità di legame, di una forma di sofferenza che continua a ripresentarsi anche quando produce dolore. Non si tratta di una scelta consapevole. Molto spesso il soggetto non desidera affatto stare male; al contrario, soffre profondamente per ciò che continua a ripetersi nella propria vita. E tuttavia qualcosa insiste.

La psicoanalisi prende sul serio questo ritorno.

Si può cambiare partner, ambiente, stile di vita; si può provare a ricominciare altrove. Ma a volte la sofferenza trova comunque una strada per ripresentarsi, perché ciò che ritorna non appartiene soltanto agli eventi esterni, ma al modo in cui ciascuno si colloca, spesso senza saperlo, nei confronti dell’amore, del desiderio, della perdita, dell’attesa, del riconoscimento.

Per questo la ripetizione non può essere ridotta a un errore morale o a un difetto di carattere. In gioco c’è qualcosa di più intimo e più opaco, qualcosa che riguarda il modo in cui una persona ha imparato, nella propria storia, ad amare, a difendersi, a desiderare, a proteggersi dal rischio dell’incontro.

Se fosse sufficiente capire razionalmente ciò che fa soffrire, molte sofferenze si risolverebbero rapidamente. Ma l’essere umano non funziona come una macchina razionale. Ci sono parole, incontri, esperienze che lasciano tracce profonde, e spesso ciò che si ripete è proprio il modo singolare con cui ciascuno ha trovato, nel corso della propria storia, una forma per abitare quelle tracce. Per questo la ripetizione conserva sempre qualcosa di enigmatico: il soggetto sente che ciò che accade lo riguarda intimamente, ma non riesce fino in fondo a comprenderne il motivo.

A volte la ripetizione si manifesta attraverso l’angoscia. Ci sono persone che vivono un senso di allarme improvviso ogni volta che qualcosa diventa importante: una relazione, una scelta, un cambiamento, un successo, o anche solo la possibilità concreta di desiderare qualcosa per sé. Come se proprio nel momento in cui la vita potrebbe aprirsi emergesse anche una minaccia.

In altri casi, la ripetizione passa attraverso il corpo. Un’insonnia che ritorna sempre negli stessi passaggi, una tachicardia che compare quando qualcosa sfugge al controllo, una tensione persistente, una nausea, una stanchezza improvvisa, un attacco di panico, un blocco del corpo che sembra arrivare al posto delle parole.

La psicoanalisi lacaniana considera il corpo non soltanto come un organismo biologico, ma come qualcosa che viene attraversato dalla parola, dalla storia del soggetto, dai legami affettivi e dal godimento. Un corpo che, in un certo senso, parla. Questo non significa attribuire a ogni sintomo un significato semplice o immediato, né pensare che tutto ciò che accade al corpo sia “psicologico”. Significa piuttosto interrogare il modo in cui, per ciascuno, il corpo può diventare il luogo in cui qualcosa si inscrive, insiste, si ripresenta.

Spesso il soggetto dice: “Non capisco perché mi succeda proprio adesso”. E tuttavia, nel corso di un lavoro analitico, può emergere che quel “proprio adesso” non è indifferente. Il sintomo può presentarsi davanti a una separazione, quando qualcosa cambia, quando si perde qualcuno, quando si incontra l’amore, quando ci si avvicina a qualcosa che tocca profondamente il proprio desiderio. A volte il corpo esprime ciò che non riesce ancora a trovare parola.

Per questo la psicoanalisi non considera il sintomo come un semplice malfunzionamento da eliminare rapidamente. Il sintomo viene ascoltato. Non perché la sofferenza debba essere idealizzata, né perché si tratti di conservarla, ma perché in ciò che si ripete può esserci qualcosa della verità più singolare del soggetto. Una verità che non si presenta mai in modo diretto o trasparente, ma che spesso emerge proprio attraverso ciò che disturba.

La ripetizione non è mai una copia perfetta. Ogni volta cambia qualcosa: cambiano le persone, le circostanze, l’età della vita, le parole con cui si prova a spiegare ciò che accade. E tuttavia resta quella sensazione inquietante di trovarsi ancora davanti allo stesso nodo. Molte persone arrivano a chiedere aiuto proprio quando non riescono più a sostenere questa fatica, quando il sintomo smette di funzionare come soluzione e diventa qualcosa che invade la vita: relazioni impossibili da interrompere, angoscia persistente, vuoto, ritiro, difficoltà nel lavoro, impossibilità di desiderare, sofferenza nel corpo.

La psicoanalisi non promette di cancellare ogni sofferenza: offre piuttosto uno spazio in cui il soggetto possa iniziare ad ascoltare ciò che insiste nella propria vita: ciò che ritorna, ciò che sembra non trovare posto altrove, ciò che continua a presentarsi sempre nello stesso modo. Un luogo dove poter interrogare la logica singolare della propria sofferenza.

Perché qualcosa della ripetizione possa essere riconosciuto. E perché, lentamente, il soggetto non sia più condannato ad inciampare sempre nella stessa pietra senza sapere nulla del motivo per cui continua a tornarvi.

* Fotografia di copertina “Alcuni Cerchi“, Vasilij Kandinskij