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L’altrove dei disturbi alimentari

“È stata in fondo l’ultimo sintomo
che ho utilizzato per segnalare
come un faro nella notte un disagio interno,
che da sempre aleggiava dentro di me.”

Fabiola De Clercq

Oltre il cibo

Quando si parla di disturbi alimentari si pensa in maniera immediata ad una problematica che riguarda il cibo: mangiare troppo o troppo poco, perdere il controllo nelle abbuffate, ossessionarsi per il peso o per la forma del corpo.
In realtà, ciò che è in gioco non riguarda mai soltanto il mangiare.
Anoressia, bulimia, binge eating, pica, vigoressia, ortoressia, selettività alimentare non sono semplicemente comportamenti alimentari problematici, ma sono il segnale più evidente di una sofferenza muta che coinvolge la persona nella sua interezza.
Il soggetto non è separato dal sintomo di cui soffre, ma ne è intimamente implicato.
Il cibo può diventare il luogo visibile in cui si esprime il rapporto con il proprio corpo, con l’Altro e con il proprio desiderio. Dietro un rapporto difficile con il cibo si apre sempre uno spazio celato: un altrove psichico, un luogo in cui si annodano desiderio, identità, mancanza e parola.

Oltre il corpo magro

Il corpo diventa spesso il primo terreno su cui si concentra un conflitto che non ha ancora trovato parole.
Il corpo può essere qualcosa da ridurre, da cancellare, da riempire, da disciplinare. In molti casi il corpo può diventare il luogo in cui si combatte una tensione tra bisogno di autonomia e bisogno dell’altro, tra separazione e dipendenza. Rifiutare il cibo può diventare un modo radicale di affermare una separazione. Ma questa separazione non porta libertà: spesso conduce ad una solitudine ancora più radicale.
Il controllo rigido della propria alimentazione, il digiuno, l’abbuffata seguita dal vomito non sono comportamenti senza senso. Sono tentativi, spesso estremi, di organizzare un’esperienza interiore difficile, di controllare l’angoscia, di colmare un vuoto o un eccesso emotivo che la persona fatica a esprimere in altro modo.
Da questa prospettiva il corpo non è soltanto una realtà biologica.
È anche il luogo in cui si iscrive la nostra storia, il modo in cui ci sentiamo guardati dagli altri, il modo in cui viviamo vergogna, orgoglio, desiderio. Quando qualcosa non riesce a trovare spazio nella parola, può allora manifestarsi attraverso il corpo. Il sintomo alimentare diventa una forma di linguaggio muto: un modo attraverso cui qualcosa della sofferenza cerca di farsi sentire.

Oltre la diagnosi

Un aspetto fondamentale dell’approccio psicoanalitico è che non esiste “il” disturbo alimentare in senso astratto. Esistono persone singolari, ognuna con la propria storia.
Due persone possono presentare gli stessi comportamenti a livello alimentare – per esempio il digiuno o le abbuffate – ma il significato che hanno può essere molto diverso: “l’anoressia al singolare non esiste, ma esistono soltanto le anoressie”1.
La fenomenologia dell’anoressia-bulimia parla dell’“involucro formale del sintomo”2, non della posizione del soggetto: la sintomatologia, infatti, evidenzia una serialità monotona e generica a livello di modalità che non dice nulla della funzione del sintomo.
Per questo la psicoanalisi non si limita a classificare il fenomeno, ma si interroga sulla sua funzione:

  • Che cosa sta cercando di esprimere?
  • Che ruolo ha nella vita della persona? Che cosa sta vivendo?
  • Che tipo di equilibrio, anche doloroso, permette di mantenere?

Il sintomo rimanda sempre a qualcos’altro: può rimandare ad una difficoltà nel processo di separazione, ad una fragilità nell’identità, ad una domanda d’amore impossibile da formulare, una sofferenza che non trova parole.
Per quanto possa far soffrire, il sintomo rappresenta il modo con cui il soggetto ha provato a trovare una soluzione all’angoscia.

Oltre il fenomeno

Nei disturbi alimentari il rapporto con l’Altro assume un ruolo centrale.
Per Altro si intende il luogo simbolico del linguaggio, della legge, della cultura e i suoi ideali che strutturano il soggetto.
Il rifiuto del cibo assume il valore di un rifiuto dell’Altro.
Non soltanto “non mangio”, ma anche “non voglio ricevere ciò che l’Altro mi offre”. L’anoressica rifiutando il cibo rifiuta la tavola dell’Altro, se tavola è la metafora del legame con l’Altro3.
La questione alimentare può diventare allora un modo di prendere distanza da una relazione vissuta come invadente, soffocante o troppo carica di aspettative. L’anoressica mangia il niente così da imporre all’Altro una differenza radicale: quella tra bisogno e segno d’amore. In altre situazioni, invece, il rapporto con il cibo può diventare un tentativo di riempire un vuoto emotivo che sembra difficile da sostenere.
Ciò che emerge, in modi diversi, è spesso una difficoltà nel rapporto con il desiderio: come desiderare senza sentirsi schiacciati dalle aspettative degli altri? Come avere bisogno dell’altro senza sentirsi annullati?

Oltre il muro

Una cura ad orientamento psicoanalitico non si limita a intervenire sul piano del fenomeno alimentare.
Il corpo va certamente protetto e sostenuto: in alcuni casi gravi, forme di suicidio differito, si rende necessario un intervento d’urgenza in strutture specializzate.
Ma la cura non consiste semplicemente nel “far tornare il soggetto a mangiare”.
Il fenomeno alimentare, che è una soluzione all’angoscia, può aprirsi ad una domanda sulla sua funzione. Il vero cambiamento avviene quando il soggetto può iniziare a parlare del proprio sintomo, a riconoscere ciò che esso rappresenta nella propria storia. Quando il sintomo trova parole, non ha più bisogno di occupare completamente il corpo.
Il lavoro analitico partirà allora dall’ascolto della storia singolare della persona e dal comprendere la funzione che il sintomo ha per il soggetto. L’obiettivo non è imporre un ideale di normalità, ma permettere che ciò che prima passava solo attraverso il corpo possa trovare spazio nella parola. In questo modo il sintomo può non rimanere più l’unico linguaggio possibile.
Affrontare un disturbo alimentare significa allora poter interrogare il proprio rapporto con il corpo, con gli altri e con il desiderio, all’interno di uno spazio di ascolto che rispetta la singolarità e i tempi di ciascuno. La direzione della cura non è quella di riportare semplicemente alla norma, ma di rendere possibile una posizione più vivibile, meno dominata dal sintomo e più vicina al proprio desiderio.

 

  1. Massimo Recalcati, Clinica del vuoto, Francoangeli, Milano, p. 18, 2002
  2. Massimo Recalcati, L’ultima cena: anoressia e bulimia, Bruno Mondadori, Milano, p. 192, 1997
  3. Massimo Montanari, considera la dimensione del Convivio come il fulcro del discorso alimentare. La tavola si configura come qualcosa in più rispetto all’atto stesso, come teatro di scambio quotidiano di cibo e parola, fino a diventare simbolo e luogo di svezzamento del soggetto dall’alimentazione materna, aprendolo all’Altro, 1992

* Fotografia di copertina “Mother“, Peytil