
Adolescenza: il tempo della soggettivazione
Una lettura per i genitori
L’adolescenza non è solo una fase di passaggio biologico, ma un momento delicato di rottura e trasformazione. È il tempo in cui il corpo cambia, il rapporto con i genitori si modifica e il ragazzo o la ragazza è chiamato a confrontarsi con domande nuove e spesso destabilizzanti: chi sono? cosa desidero? qual è il mio posto?
Dal punto di vista della psicoanalisi, non esiste l’adolescenza come categoria unica: ogni adolescente vive questo passaggio in modo singolare. Per questo è importante non leggere i comportamenti adolescenziali come semplici capricci o, al contrario, come segnali immediati di patologia.
Un corpo che cambia e non si riconosce più
Con la pubertà il corpo si trasforma rapidamente e può diventare fonte di disagio, vergogna o angoscia. L’immagine di sé che fino a poco prima dava sicurezza può non funzionare più.
Il corpo diventa esposto allo sguardo degli altri, soprattutto dei coetanei, e questo può generare sentimenti di inadeguatezza, ritiro o rabbia.
In questo momento il ragazzo non ha ancora parole sufficienti per dire ciò che gli accade. È per questo che il disagio adolescenziale passa spesso attraverso il corpo e i comportamenti, più che attraverso il racconto.
Quando l’agire prende il posto della parola
Molti genitori si trovano spiazzati di fronte ad agiti improvvisi: scoppi d’ira, comportamenti a rischio, chiusura totale, uso eccessivo del corpo (tagli, restrizioni alimentari, abuso di sostanze).
Questi comportamenti non vanno letti solo come provocazioni o trasgressioni, ma come tentativi — spesso maldestri — di far fronte a un’angoscia che non riesce a essere detta.
Quando la parola manca, l’azione prende il sopravvento. L’adolescente agisce ciò che non riesce ancora a simbolizzare.
Separarsi per diventare sé stessi
Crescere significa anche prendere le distanze dall’Altro, in primo luogo dai genitori. Questo processo può essere doloroso per entrambe le parti.
Contestare, opporsi, chiudersi o svalutare ciò che prima era un riferimento non è necessariamente un rifiuto affettivo, ma un passaggio necessario per costruire un desiderio proprio.
L’adolescente ha bisogno di sperimentare che il sapere dell’adulto non è totale, che l’Altro non ha tutte le risposte. È un’esperienza angosciante, ma fondamentale per diventare soggetto.
Il ruolo dei genitori: non sapere, ma reggere
Di fronte al disagio adolescenziale, la tentazione è spesso quella di:
- controllare di più
- spiegare tutto
- intervenire subito per “aggiustare”
Ma ciò di cui l’adolescente ha più bisogno è un adulto che sappia reggere l’incertezza, senza ritirarsi né invadere.
Essere presenti non significa comprendere tutto, ma non lasciare solo il ragazzo di fronte a ciò che lo attraversa. Significa mantenere un limite, senza trasformarlo in rigidità, e offrire uno spazio in cui il disagio possa, col tempo, trovare parola.
Quando chiedere aiuto
Alcuni comportamenti fanno parte del normale processo di crescita. Altri, invece, possono segnalare una sofferenza che fatica a trovare una via di elaborazione.
Chiedere un aiuto professionale non significa etichettare o patologizzare, ma offrire all’adolescente uno spazio altro, dove poter dire ciò che in famiglia è troppo difficile dire.
L’adolescenza non è una malattia da curare, ma un passaggio da attraversare.
* Fotografia di copertina Giulia Bologna, “Fernweh”, 2022



