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Attacco di Panico, quando la vita eccede la vita

Gli attacchi di panico costituiscono oggi una delle esperienze cliniche più diffuse e, al tempo stesso, più enigmatiche e disorientanti. Questo perché il panico, a differenza di altri stati emotivi, non sembra avere una logica riconoscibile: non si annuncia, non si giustifica, non ha un senso immediatamente interpretabile.
Il panico irrompe.
Il primo luogo in cui irrompe è il corpo: il cuore accelera, il respiro si fa corto, compaiono tremori; il pensiero corre rapidamente verso le ipotesi peggiori, come la paura di perdere il controllo, di svenire, di impazzire, di morire. Il corpo diventa la scena stessa dell’angoscia.
Si tratta dell’irruzione di un reale che travolge il soggetto e scardina ogni tentativo di comprensione o previsione. In questo senso, l’attacco di panico è rivelatore: mostra come, nel cuore della vita contemporanea, qualcosa ecceda radicalmente il nostro tentativo di governare l’esistenza.
Nel panico il soggetto è spinto nella posizione più radicale: non c’è più distanza tra sé e ciò che accade. Si viene ridotti al proprio corpo, un corpo che non risponde alle leggi abituali, che non si lascia regolare né dal pensiero né dal linguaggio.

Oltre il sintomo: cosa dice la psicoanalisi

La psicoanalisi non si ferma al fenomeno in sé. Un sintomo non è un semplice disturbo da eliminare, ma una “formazione di compromesso”: una soluzione attraverso cui il soggetto riesce a trattare qualcosa della propria pulsione senza esserne travolto.
Il sintomo, in questo senso, dice qualcosa.
Il panico, tuttavia, sembra collocarsi altrove. Esso non funziona come un sintomo classico: non regola l’eccesso pulsionale, non produce senso, non si presenta come metafora di un conflitto. Il panico non parla. È piuttosto un fenomeno di rottura: la caduta improvvisa di un argine simbolico che normalmente contiene la pulsione. Può essere pensato come una presentificazione dell’eccesso pulsionale stesso.
In termini lacaniani, nel panico il soggetto è travolto da un reale non simbolizzato. Viene meno ogni mediazione: ciò che era regolato dal linguaggio irrompe direttamente nel corpo. Non si tratta di un conflitto che chiede interpretazione, ma di un eccesso che non trova forma. Per questo il panico è spesso vissuto come improvviso, assoluto, inspiegabile.
Se l’angoscia “classica” proietta la tensione verso il futuro, il panico è un cataclisma che accade qui e ora, senza attesa o differimento.
In quel momento, il soggetto non è più sostenuto dal desiderio: il tempo collassa, il futuro scompare, resta un corpo colpito dalla pulsione.
È per questo che l’esperienza del panico venga spesso descritto come un’esperienza di morte imminente o di dissoluzione: non perché si stia realmente morendo, ma perché viene meno ciò che normalmente garantisce una posizione soggettiva nel mondo.

Una direzione clinica

Chi soffre di attacchi di panico non è semplicemente “spaventato”. È un soggetto che sperimenta una perdita dell’ancoraggio simbolico che sostiene la propria esistenza.
Il lavoro clinico non mira a ripristinare uno stato precedente, né a colmare il vuoto che il panico apre. Si tratta piuttosto di circoscriverlo, di ricostruire quel legame simbolico capace di contenere l’eccesso e renderlo abitabile. Non si tratta di eliminare il buco, ma di delimitarlo, di trovare un nuovo modo di annodare corpo, desiderio e parola.
La psicoanalisi non cerca significati dove il panico non ne ha. Crea invece le condizioni affinché il soggetto possa reinscrivere quell’eccesso nella propria storia, possa nominarlo ed elaborarlo. Comprendere il panico come rivelazione dell’ingovernabilità della vita è il primo passo per affrontarlo.

Il panico dice qualcosa della contemporaneità

L’epoca attuale è segnata da una indebolita capacità di simbolizzare.
La crisi dei riferimenti istituzionali, il declino delle autorità tradizionali, la frammentazione dei legami sociali e la crescente medicalizzazione della vita psichica rendono più fragile la costruzione di quei sostegni simbolici che un tempo arginavano l’angoscia.
Viviamo immersi nella logica dell’urgenza: tutto deve essere immediato, performante, efficiente. Non c’è tempo per la lentezza, per l’elaborazione, per il desiderio.
In questa cornice, il panico appare come il sintomo più coerente del nostro tempo: un sintomo che non si struttura, che non narra, che non negozia.
Una rottura improvvisa in un mondo che chiede solo continuità, rapidità e controllo.
In questa prospettiva, il panico non è solo una sofferenza individuale da correggere, ma il segnale clinico di un disagio collettivo: indica il punto in cui l’urgenza di controllo e prestazione mostra il proprio fallimento, aprendo la necessità — clinica e politica — di ricostruire spazi di parola, di tempo e di desiderio.

* Fotografia di copertina Giulia Bologna, “Wounded earth, divided world”, 2022